tre violini un contrabbasso una viola

tre violini un contrabbasso una viola
Haydn concerto per violoncello VIIb:2
sono versi da volere, da dove viene?
Scappare dove siamo tondi
non si applaude siamo ancora sani [poi applaude/ sì, applaude]
un affetto di sera vicino o una altra vita
la viola è finissima – esiste un terzo occhio chiuso all’innocenza
il tango di una donna che non conosco.

Di me tanificazione
che non conosco, Vivaldi
resta in piedi e non credere di ascoltarlo in aereo
odore di superato lasciato indietro
cullare

tratti asiatici in un vestito verde
Bach concerto per violino e orchestra BWN 1052

sembra una antica egiziana
ardente latina misurata
tutti parlano dell’eleganza. Che coppia siamo?

in intimo bianco
una foto seduta sull’erba

coccige dolore, carrozzino
la viola è al centro
la viola, la saggezza dei nonni

due maschi sono vestiti di nero
prime cerimonie di

bisogno
di altro giorno senza. Applauso
rinunciare all’insensatezza
il tormento? Promenade in klimt
je t’aime bien.

Sabatina Napolitano

le linee del tempo

Le mani e lo spazio

I

le mani guardavano al viso che guardava le mani
intorno l’acqua era come il vuoto
solo l’ampiezza dei corpi vicini lo calmava e lo epurava
da ogni altra storia passata o vicina e anche il tempo era vuoto.

II

perdo di vista il corpo.
la storia nelle nostre mani
ci acquista, perde il suo peso, non è altro da noi.

III

una folla di volti riempie il giorno.
Tu sei un ragazzo intorno alle mie mani.
Né piena, né vuota
concentrata tutta intorno
lo spazio pieno nel mio vuoto.

IV

un infinito immaginato bolle.
Lo spazio pieno scivola lentamente dentro,
portato al centro del movimento.

V

intrisa di vento, rimbalza, non s’acqueta la natura nel suo specchio.

VI

sgombro il giorno
annusa il vuoto.
Stanco, meno concentrato
acquista dimensioni.

VII

il paesaggio è pieno di tempo o vuoto di vita,
perturbato si solleva.
Il respiro non comune geme nel dubbio.
Il canto delle ore presenti
riverisce tenta l’assoluto.

VIII

la strada a poco a poco
appare nel nulla, muta.
Tu sei lì vicino
fuori i tuoi occhi restano fissi
parlano a vanvera.

Il mare che tocchi

I

dimenticare ciò che non ci conosce,
un mare che ama e arde
si sfascia la notte
guarda e comprende le nostre mani.

II

il mare è altro da sé
ci acquista mentre cambiamo aria.
Piano e colmo
il mare ritorna dal viaggio.

III

fermo su di te il respiro,
ritorna nel mare
incontro il tempo a ricordare
il contatto con la tua pelle
desideri il movimento.

IV

il mare che tocchi
più vicina ai tuoi occhi
la soluzione è la trama reale
che non ci conosce.

Lo spazio si è svuotato

I

lo spazio si è svuotato
c’è scritto alla lavagna un alfabeto singolare
lettera dopo lettera si trova la corrente
e i dati della scrittura
trasportano il linguaggio
sono uomini in viaggio donne come veneri allo spuntare del mare.

È difficile dovunque cercare la stessa radice

I

è difficile dovunque cercare la stessa radice
è possibile una tensione che rimane nei legami
appena percepibili
radunati sotto la domanda
del sincrono
e il futuro si dichiara materiale
in oggetti metaforici
pieni di influenze.

II

quando improvvisi
i nostri occhi di mondo
si tuffano nel futuro
e nelle sporgenze
-andare via-
risalire il fondo del mare.

III

qualcuno è paragonato al vuoto
altri a travi di pieta,
diventati pezzi di storia
sono tutte spose
condotte dall’immaginato.

IV

un pezzo d’epoca se n’è andato
ti ho vista sprecata goccia a goccia
cadere in un pantano di voci
adatto a un giardino di pietre.

V

sana e salva
sulla tua bicicletta,
così guardi l’acqua
che non fa rumore
rivesti la sorgente
di un’altra porta.

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il nome che usiamo per chiamarci

il nome che usiamo per chiamarci,
per non estinguerci nelle linee
e il nome che mi dai tu
nella linea che mi dà vita
raccogliendo ciò che da me fugge
quando ritrovo il passaggio
-la logica di un busto romano-
che ci separa uno dall’altro
quando i capelli non ancora esistono
come fila di nomi
fila di compleanni che si sfaldano.
E tu dividi e moltiplichi la distanza
quando lei mi lascia
il suo latte temporale
a scoprire emisferi.

torniamo dentro le nostre vite
dopo una spinta provvisoria durata anni.
Torno a te impigliata in coltivatori di rose.
Torni a me nel tuo magnete
a tagliare dal corpo
le luci scure rifratte.
Torni sradicato dall’universo
col frutto maturo
che ci ha sorvegliato per anni.
E mi trovi germoglio,
umana fino a quando cogli gli occhi
e come da bronzo prendi vita
e sciolto il ghiaccio
vieni da me dritto,
come tempo vivo
per salire ancora nei miei piani
baciando corpo a corpo
una conchiglia che è tua
che è forte e resiste
ad ogni tuo congedo.

sono nel tuo sogno
con un canto antico
di uva e d’oliva.
Sono le lenzuola,
nei loro movimenti di frutti
ad aggrapparci alla corda tesa
al dirupo di parole
nel tuo morso scurito
rotto nelle braci.
Mordo il tuo polso
che gela
che si volta e prende
una posa di fronte.
Com’era esplorato
il tempo scivolato
nelle stanze e le pareti
il tempo architetto
della nostra nascita.

Sabatina Napolitano

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Non riuscire a dormire

Non riuscire a dormire,
passare con te ore di buio, scivolate da una schiuma d’acqua.

Afferro i piedi come una bambina
rimpicciolita quando urlo per le scale,
e spettinata ti guardo chiuso in un sorriso,
affollata delle stanze piene del tuo controllo.

China alle tue domande
trovo l’inizio di tutte le storie
capace di spezzare tutte le scene.

Vengo fuori dal dubbio quando mi esorti al rosso del sigillo,
tenendomi un po’ nel tuo morso fatale
così impietrita dalla mia poltrona nera
ti guardo e tutte le porte grondano lacrime
schiacciano ogni ricordo.

cambiamo in fretta.
Uso parole strane
poi aspetto atterrita
se mi vuoi o meno.
Fumo in abiti leggeri
mi faccio larga nella strada
quando pensi solitario
aspetto un tuo consenso.
Chiudo la portiera,
ci fermiamo a litigare.
Affrettati a risalire,
a trascinarci a riva,
a parlarci un po’ arrossiti.
Lo rifarò, ancora sbaglierò.

Se scegliamo il mondo,
incapaci a risponderci
appena prima della genesi
e se le nostre schiene
non sono più dirette alle parole
e se il mio corpo non è tuo
sospesa nell’abituale caduta
raccogliamo la perdita
gettiamo a vuoto
il fondo.
E poi ammalati di un fremito
nel silenzio che ci china al mondo
là diciamo di esistere.
Di non potere dimenticare.
E insieme raccontare
il verde degli anni
in una prima persona
che torna ad essere mondo.

Sabatina Napolitano

quando la più piccola piuma tocca il rosso

Quando la più piccola piuma tocca il rosso,
e il sole passa col suo guado nella calce bianca
dove il cipresso e l’ulivo baciano l’ancora e l’altura
si incontra il passo delle ginestre.
E la piuma si incastra al rosso degli oceani
nel corso del fiume azzurro.
E più il là delle rive e delle pietre,
il pesce ancora il suo sapore al gusto.
Nell’angolo dove siamo sorvolati
in una altura di emicranie
la storia passa al ridere delle ginestre,
e il giallo sguazza nel suo sapore azzurro
di vento dimenticato al sapore delle macchie.
Così macchie e palazzi in un astuto gioco
cifrano il loro vero nella testa china di chi legge
posano le braccia e si levano dal sonno.

Sabatina Napolitano

cabine e mare

ci uccide l’esperienza appesa a un filo

ci uccide l’esperienza appesa a un filo:
il giovane senso della vita ha smesso di piovere.

Dal mondo contemplativo si ribalta il viaggio,
nella mistica di chi ci ha preceduti
tra le pagine della tradizione umana,
ciò che attraversiamo sono solo particelle
lasciate al respiro per farsi confondere,
e poi sorprese a sfidare il simbolico,
lo spazio che occupa tutto.

Ritornate a una antica radice
la scena è una coincidenza inventata
da un mantra che produce germogli.

E lo scatto sintetico tra l’incompiuto
metafisico e il gioco delle invenzioni
ci abbraccia nel verso dell’elemento sperimentale
e fa di noi la continua ricerca di parole
a conservare l’identità su uno sfondo di pagine, il senso.

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poi tu sei nato rilassato al ruggito del mio cuore

poi tu sei nato rilassato al ruggito del mio cuore:
desiderio, pietà e disperazione,
al mio cuore culla di chimere,
sei solo tu erotico il mio restare sveglia.

Poi tu sei nato docile in emozioni bianche
donate quando ironico mi cogli fiamma estinta
ancorata al tuo spasimo d’intelletto
strofini di miele la mia schiena.

Sabatina Napolitano

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come note in calce

 

come note in calce
sospesi in immagini di sonetti e stereoforme.

Lisati da cellule di boschi
attesi nell’ultima corsa
tornati a scambiarci matrici insolubili,
in passaggi fino ad arrivare
la natura si distingue nell’attività del legare
peptidici, aminici, uno all’altro.

Sabatina Napolitano

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ancori le dita all’aria

ancori le dita all’aria
liberandomi dal vuoto di un’araba fenice.

Gli spazi inciampano in un tramonto di papaveri
nel perfetto stare delle foglie
a disegnare silenzi di gente passata.

Reagisco a saperti respirare quando cammini nei libri.

La gazza tenta di alzarsi in un sogno cosciente.

Sulle ginocchia l’assenza,
domani incombente e vero scivolerai dalle poesie

indagatore e complesso, quando superate sono le stagioni
muovi su di me la luce sospirante

tutto è spento, apri la porta, entro evado nella tua follia
nelle dita di argilla siamo stretti a scegliere il tempo e il battito.

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